Dante misuratore di Mondi

Immagine tratta dalla pubblicazione Dante e l'ambiente, pag. 10
Immagine tratta dalla pubblicazione Dante e l'ambiente, pag. 10

 

Il Dante misuratore di cose e di persone, organizzatore di opere e di idee, insomma il Dante “scienziato” quando si forma? Chi sono i suoi maestri e di che “scienza” si tratta?

La formazione logica di Dante ebbe inizio fin dalla scuola primaria che, nella città di Firenze all’inizio del Trecento, contava 100.000 abitanti, più di Parigi e Londra, veniva frequentata da una popolazione scolastica da otto a diecimila bambini maschi e femmine che si riducevano a seicento nella scuola media.

Una forte selezione che passava per tre gradi: prima veniva l’insegnamento del leggere poi quello dello scrivere ed era impartito a maschi e femmine, nel secondo grado s’insegnava l’abaco e il calcolo (così chiamato perché si usavano dei sassolini) cioè l’aritmetica, e poi l’algoritmo cioè il sistema arabo dello scrivere i numeri in cifre con l’uso dello zero (che la notazione romana non aveva) ma tutto questo veniva insegnato solo ai maschi per prepararli all’esercizio del “lavoro servile”, noi diremmo di una professione.

Alle Arti liberali passavano ben pochi (cinque o seicento) e solo se superavano la porta stretta della Grammatica ossia del latino. Delle Arti liberali, sette in tutto, tre tendevano alla comunicazione (cioè l’uso logico della lingua: grammatica, retorica, dialettica) e quattro alla misura, al calcolo: Musica, Astronomia, Geometria e Aritmetica, un percorso che Dante superò facilmente e che gli diede una prima formazione logica, di cui si servì quando, appena maggiorenne entrò nella amministrazione del comune fiorentino.

Dante apparteneva ad una classe media per tradizioni e cultura, ma minima come potere economico, e se voleva affermarsi tra quei ragazzi figli di commercianti e banchieri, la classe emergente della Firenze del primo Trecento, doveva farlo superandoli in competenze di tipo logico, scientifico ed economico. Infatti, appena maggiorenne s’iscrisse nell’ “Arte dei medici e speziali”, che con i notai raggruppava gli intellettuali di Firenze e cominciò subito fin dal suo primo impegno di lavoro ad applicare ciò che conosceva di “scientifico”.

La morte di Beatrice nel 1295 portò Dante ad una prima profonda crisi esistenziale dalla quale uscì solo quando intuì che per poter raggiungere Beatrice morta alla vita terrena ma viva nella beatitudine del Paradiso, egli doveva compiere un viaggio intellettuale e mistico che lo portasse fino a lei.

Dante affrontò questo momento della sua vita, cosciente di aver bisogno di una preparazione intellettuale che ancora non aveva, e pianificò il percorso, un vero viaggio, fin dalla scelta del titolo di quella costruzione letteraria che ne sarà il culmine. Commedia infatti era per i suoi tempi un’opera teatrale che cominciava in modo tragico e finiva in lieto felicissimo fine, come molti anni dopo spiegherà a Cangrande, accompagnando con una lettera il dono dei primi canti del Paradiso.

L’inizio del Convivio (1304) segna la partenza per il viaggio di cui Dante ha già concepito fin da subito la conclusione e il fine, i mezzi per comunicare il suo messaggio, lo stile poetico e la lingua, il percorso, l’uditorio, tutto. Come scrive il Vasoli nella magnifica introduzione all’edizione del testo, il Convivio segna il passaggio dalla Vita Nuova, poesia intima e personale sul suo amore per Beatrice, ad una poesia intellettuale che mira ad un fine preciso, è “il superamento dell’idea di poesia che basta a sé stessa…fino a quando sarà questa a parlare degli uomini agli uomini”.

Ecco perché nel Convivio Beatrice si trasforma in sinonimo di filosofia ossia di sapienza. Per raggiungere questa sapienza, Dante dedicò trenta mesi intensissimi (1291-95) ad approfondire quelle prime nozioni logiche e scientifiche apprese a scuola: il suo fine era quello di raggiungere la verità ossia Dio per mezzo dell’intelligenza che Dio ci ha dato, che non annulla la fede, anzi la rinforza.

Possiamo seguire da vicino questa sua decisione leggendo al termine della Vita Nuova e nel primo libro del Convivio la sua aperta dichiarazione: “Dico e affermo che la donna di cui mi innamorai appresso il primo amore fu la bellissima e onestissima figlia dell’Imperatore dell’universo, alla quale Pitagora pose nome Filosofia” e Filosofia voleva dire sapienza “la ultima perfezione della nostra anima”*.

 

1 giugno 2021



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*L’articolo, sintetizzato e adattato alla pubblicazione sul web, è tratto dalla pubblicazione “Dante e l’ambiente”, a cura di ARPAV, disponibile gratuitamente on line e può essere letto integralmente dalla pagina 11.

 

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