Una bacca dal nome singolare, la ‘Berretta del prete’

Berretta del prete  Berretta del prete arbusto


Durante la stagione autunnale, passeggiando lungo i sentieri del Parco, al di là della bellezza dei colori caldi che la stagione ci regala, legati soprattutto alla caduta delle foglie, è interessante anche osservare la metamorfosi di alcune piante del sottobosco principalmente arbusti che fioriti nella bella stagione ora ci regalano i loro frutti, le bacche, non sempre commestibili, ma che contribuiscono a dare una nota di vivacità alle piante che nel frattempo si spogliano.

Una di queste è la ‘Berretta del Prete’ o Evonimo, dal nome scientifico Euonymus europaeus, che appartiene alla famiglia delle Celastraceae. Si tratta di un arbusto spontaneo tipico dei boschi di latifoglie che, nel Parco dei Castelli Romani è diffuso soprattutto nella fascia del bosco misto e predilige gli ambienti umidi. Alta fino a 4-5 metri, il tronco eretto o sinuoso, di color verde-brunastro, i giovani rami quadrangolari di colore verde opaco punteggiati di chiaro. La chioma è folta con foglie decidue, semplici, lanceolate, acuminate all‛apice e con margine finemente dentato. Fiorisce in genere tra aprile e giugno e i fiori disposti in corimbi (gruppi di 2/5 fiori), sono di colore bianco-verdi. In autunno si possono osservare i frutti,capsule a quattro lobi di colore rossastro (TOSSICHE!), che aprendosi evidenziano semi di colore arancione. Dalla curiosa forma di questi frutti, simile al “tricorno”, deriva il nome volgare di berretta del prete, il berretto a spicchi con pompon centrale usato un tempo dai sacerdoti cattolici.

Chiamata anche fusaria comune o fusaggine, in antichità il suo legno veniva usato per fare i fusi intorno ai quali si arrotolava la lana per filare, mentre i fusti giovani, fino al Medioevo, servivano anche nella fabbricazione degli archi. Altri impieghi, oggi caduti quasi in disuso, riguardavano lavori di intarsio, archetti per viole e violini, stuzzicadenti. Il carbone ricavato dal legno veniva anche impiegato nella fabbricazione della polvere da sparo, mentre i giovani rami bruciati servivano ai pittori per i disegni a carboncino.

 

Estratto dalle pubblicazioni:
Guida al riconoscimento di Alberi e Arbusti del Parco
La Flora dei Castelli Romani” a cura di A.E.A. Latium Volcano (2006)

 

 

22 novembre 2021

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